Storia - Tizzola

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La neve di Tizzola
(Villa Minozzo, inverno 1944)

La neve era caduta tutta la notte, coprendo le case di pietra di Tizzola fino alle finestre.
Dal tetto della chiesetta pendevano stalattiti di ghiaccio, e il fumo dei camini saliva dritto nel cielo bianco.
Pochi ormai vivevano nel borgo: donne, vecchi e bambini. Gli uomini erano in montagna “con i ragazzi”, dicevano tra i castagneti sopra Civago o nei boschi del Cusna, dove si nascondevano i partigiani della brigata Garibaldi.

Rosa, trent’anni, scendeva ogni giorno fino alla sorgente per prendere l’acqua, avvolta nello scialle.
Aveva due figli piccoli e un marito, Pietro, di cui non aveva notizie da settimane.
Si diceva che fosse con i compagni a Ligonchio, ma nessuno ne era certo.
Quando qualcuno bussava alla porta, Rosa non chiedeva mai chi fosse: accendeva la lanterna, apriva, e offriva una scodella di minestra calda. Era il modo silenzioso con cui si resisteva in quei mesi: senza parole, ma con coraggio.

Una sera di gennaio, arrivarono tre uomini infreddoliti. Vestivano abiti militari sdruciti, con fazzoletti rossi al collo.
Uno zoppicava: aveva una ferita alla gamba, fasciata con uno straccio.
Rosa li fece entrare nel fienile e mandò un ragazzo a chiamare don Achille, il parroco del borgo, che curava i feriti quando poteva.
Il prete arrivò in silenzio, guardò la donna e disse: “Li cercheranno anche qui. Se li trovano, bruciano tutto.”

La notte passò lenta, con il vento che soffiava dalle fessure delle imposte.
All’alba, dal fondo valle, si udì il rumore dei camion: reparti tedeschi e militi fascisti risalivano da Villa Minozzo verso Poiano, dove si sospettava la presenza di partigiani. Tutti spensero i lumi e si chiusero in casa.
I tre uomini scapparono nel bosco, portandosi dietro il ferito su una slitta improvvisata.
Quando il rumore dei motori si spense, la neve tornò a cadere.
Rosa uscì e trovò sulla soglia una piccola croce di legno, intagliata a mano.
Sul retro, un nome: Pietro.

Primavera 1945

La neve si scioglieva lungo i ruscelli del Cusna quando Pietro tornò.
Camminava piano, appoggiandosi a un bastone, con la giacca strappata e la barba lunga.
Aveva combattuto con la Brigata Garibaldi “Scaruffi”, tra Civago e Vallestrina, e aveva visto la fine della guerra pochi giorni prima.
Rosa lo vide salire per il sentiero e non disse nulla: gli andò incontro e gli prese la mano.
In fondo alla valle, le campane di Villa Minozzo suonavano a festa.

Contesto storico: La Resistenza nell’Appennino Reggiano
Durante la Seconda guerra mondiale, l’Appennino reggiano fu uno dei teatri più vivi della Resistenza italiana.
Nel territorio di Villa Minozzo, Civago, Ligonchio, Gazzano e Poiano, operarono le Brigate Garibaldi “Scaruffi”, “Costrignano” e altre formazioni delle Fiamme Verdi.
I partigiani trovavano rifugio nei boschi del Monte Cusna, sfruttando la conoscenza dei sentieri e l’aiuto dei civili.

Nel 1944, dopo la costituzione della Repubblica partigiana di Montefiorino (sul versante modenese), anche la montagna reggiana visse settimane di libertà effimera: furono ricostituite amministrazioni locali, organizzati ospedali da campo e scuole improvvisate.
Ma nell’autunno dello stesso anno, le truppe tedesche e fasciste lanciarono una serie di rastrellamenti violentissimi: a Cervarolo (20 marzo 1944) 24 civili furono fucilati e il borgo incendiato; altri paesi, come Poiano, Gazzano e Civago, subirono distruzioni parziali.

Le donne ebbero un ruolo decisivo: cucivano, cucinavano, curavano i feriti e facevano da staffette, portando messaggi e viveri alle formazioni in montagna.
La loro presenza silenziosa fu il tessuto che tenne insieme comunità intere sotto occupazione.

La liberazione giunse tra aprile e maggio del 1945, quando le truppe alleate risalirono la valle del Secchia e i partigiani scesero a Villa Minozzo, issando il tricolore sul municipio.
Da allora, i paesi dell’alto Appennino non tornarono più numerosi come prima, ma conservarono una memoria forte di quei mesi: una memoria di resistenza civile, di coraggio discreto, di umanità.
***
Tizzola oggi è un piccolo borgo silenzioso, ma le sue pietre, i muretti a secco e i sentieri che portano al Cusna raccontano ancora a chi sa ascoltare il suono della neve che cadeva nell'inverno del ’44.
Non fu una grande battaglia a salvarlo, ma la somma di piccoli gesti di coraggio: accendere una lanterna, condividere una ciotola di minestra, aprire una porta senza fare domande.
È così che la storia, nelle montagne dell’Emilia, imparò a resistere.
Guardiamo avanti
Tizzola vuole diventare un modello di comunità sostenibile e innovativa, capace di unire tradizione, lavoro e qualità della vita.
Un piccolo borgo con una grande energia, dove ogni persona e ogni impresa contribuisce a un progetto comune: vivere meglio, insieme.
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